PARLANDO DI ARTIGIANATO: DARIO DI “RUB&DUB” SI RACCONTA

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PARLANDO DI ARTIGIANATO: DARIO DI “RUB&DUB” SI RACCONTA

 

Rub & Dub, co-fondato negli anni 80 dall’hats designer Dario Quintavalle,  è  un marchio di cappelli che annovera collaborazioni con i più innovativi nomi della moda, tra cui Yohji Yamamoto, Romeo Gigli e Giorgio Brato. Dal 2000 al 2008 ha ideato e realizzato alcuni degli esemplari della collezione Haute Couture Borsalino, commissioni giunte grazie alla maestria e all’estro di Dario, artigiano capace di recuperare e al contempo rinnovare le tecniche della modisteria.  Per lui, però, creare un cappello su misura non è solo una questione di “saper fare”, è altresì un’esperienza particolare poiché ogni copricapo, adattandosi alla persona ed esprimendo lo stato d’animo di chi li indossa, sia fa carica di nuovi significati tutti da scoprire. Efesti lo ha intervistato per voi, ecco sei risposte a sei domande per addentrarsi nel mondo di Dario Quintavalle.

 

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– Dove, quando, perché. Raccontaci i tuoi passi nel mondo dell’artigianato e le motivazioni che ti hanno spinto a lavorare con le mani.

Il piacere di vedere come si può trasformare e modellare un materiale. Sono sempre stato attratto dall’idea che nell’eseguire un cappello si usino più elementi –  dal caldo, al  freddo,  al vento – e che si sia necessario dosare sia forza che leggerezza.

 

 

– Qual  è  la  filosofia  della  bottega?  Quali  valori  vorresti  comunicare  attraverso  le  tue creazioni?

Penso che le persone attraverso un mio cappello riescano ad esprimere e a comunicare il proprio sentire. Il cappello molte volte è parte dell’esperienza di un persona, la quale si può trasformare con un cappello in testa… la storia del costume è piena di esempi.

 

 

– ­Un luogo,  con le  sue tradizioni e le  sue tipicità, può influenzare la realizzazione di un manufatto. Quanto il luogo dove crei ha influenzato la tua produzione?

Mi viene la battuta: Anche quello che respiri influisce!

Il processo creativo avviene in vari luoghi; la sala di un concerto, la stazione dei treni…. L’atmosfera nella tua bottega certamente influisce alla realizzazione di un manufatto, non meno però della musica dlla radio, le colline che vedi aprendo la porta e l’aria che respiri. Ora ho la bottega di fronte alle colline di Sasso Marconi, e sento una grande libertà.

 

– ­Essere artigiano negli anni Duemila: cosa hai recuperato? E cosa innovato?  

Ho recuperato la passione per modellare i materiali adatti, di qualità, che meglio si prestano ad esser modellati nella creazione di un cappello. Ho innovato la trasportabilità e la trasformabilità del cappello.

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– Unicità ad ogni costo: il pezzo unico e le serie limitate sono sinonimo di qualità? Se sì, perché?

Perché un oggetto formato a mano in piccole quantità ha una tipicità che un oggetto formato a macchina sotto una pressa ha molto meno. Questa tipicità aggiunge maggiore slancio comunicativo allo stile che si vuol rappresentare. Qualità, inoltre, può voler dire molte cose. Le piccole produzioni a volte hanno senso solo per l’utilizzo di materiali ricercati.

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– C’è una parola, un concetto, una metafora in grado di rappresentare la tua attività e le tue opere quanto di racchiuderne il senso?

Oltre a poter apprezzare la piacevolezza e la funzionalità dell’oggetto, quando si indossa un cappello si può sognare ad occhi aperti.

 

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Foto di Geraldina Bellipario

 

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